Missione in Egitto: giovani a servizio con cuore salesiano


Vivere un’esperienza missionaria significa abbandonare qualsiasi tipo di sovrastruttura e convinzione per mettersi al servizio del prossimo. Questo è quello che ci ha aiutato a rendere la nostra esperienza ad Alessandria d’Egitto ancora più formativa. Infatti, in un contesto fortemente influenzato dalla religione islamica, come l’Egitto, abbiamo imparato quanto è importante assumere costantemente un atteggiamento di ascolto nei confronti di qualsiasi bambino o ragazzo, nonostante ci fosse uno scoglio quasi insormontabile, la lingua. A poco a poco, con le poche frasi in arabo che abbiamo imparato strada facendo e con i gesti, siamo riusciti a creare quella confidenza che rende ancora più autentici i rapporti umani.

La nostra esperienza si è basata su due opere di servizio all’interno della casa salesiana di Alessandria d’Egitto: la scuola, la mattina, e l’oratorio, il pomeriggio. Per quanto riguarda la scuola, i ragazzi, per la maggior parte musulmani, frequentano un corso intensivo di italiano e matematica della durata di un mese, al termine del quale viene fatta una selezione in cui, chi riesce a superarla, può entrare di diritto nell’Istituto Professionale Don Bosco Alessandria. Una volta entrati nell’istituto i ragazzi possono scegliere tra due corsi, meccanica o elettronica, che durano entrambi 3 anni. Essendo corsi in italiano, il diploma è riconosciuto anche in Italia e può essere spendibile per terminare gli studi all’Istituto Salesiano Don Bosco El-Sahel-Cairo oppure in un qualsiasi istituto tecnico italiano.

Per quanto riguarda il nostro servizio durante il corso intensivo, alcuni di noi tenevano le lezioni frontali di italiano con l’aiuto di interpreti del posto, mentre gli altri si sono occupati delle esercitazioni di lettura, durante le quali ogni studente veniva seguito personalmente nella pratica di ciò che veniva spiegato a lezione. In riferimento all’oratorio, invece, il lunedì, il mercoledì e il venerdì esso era riservato ai ragazzi musulmani mentre solo il sabato era dedicato all’oratorio per i ragazzi cristiani. Questa divisione nasce come retaggio culturale per cui i cristiani, per la maggior parte copti ortodossi, non vogliono condividere i loro spazi con i musulmani. Durante l’oratorio il nostro compito è stato prevalentemente l’assistenza in cortile, quindi ci siamo buttati in mezzo ai bambini per giocare e ballare con loro. La cosa che mi ha colpito di più è che sono loro a tirarti da una parte all’altra del cortile per giocare insieme e a coinvolgerti nei loro discorsi anche se non capisci una parola.

In entrambi i servizi siamo stati accolti e accompagnati dalle figure che vivono quotidianamente questa realtà, il corpo docente nel primo caso e il gruppo di animatori nel secondo. Loro hanno saputo farci notare tutte quelle sfumature che non siamo riusciti a cogliere, hanno fatto da traduttori per permetterci di comunicare con i ragazzi e ci hanno suggerito tutti quegli accorgimenti da adottare per mantenere un clima sereno. All’interno di questo gruppi ci sono sia musulmani che cristiani che collaborano tra di loro in perfetta armonia, andando alla costante ricerca dei punti in comune e creando quell’ambiente familiare che permette ai ragazzi di ricevere un’eccellente formazione, sia scolastica che umana.

Un altro aspetto fondamentale che ha caratterizzato la nostra esperienza è la comunità, sia tra di noi che siamo partiti insieme, sia con la comunità salesiana che ci ha ospitato. Vivere in comunità vuol dire adeguarsi ai suoi orari e alle sue attività, sia di preghiera che di lavoro. Quindi sveglia presto per le lodi, messa quotidiana, vespri la sera e pasti tutti insieme. I membri della comunità presenti durante la nostra missione erano: il direttore, Don Alejandro; il vicario, Don Tony; l’economo, Don Ashraf; il responsabile della scuola elementare e media, Don Matthew e i due salesiani più anziani, Don Basilio e Don Renzo. Grazie a loro ci siamo sentiti veramente a casa, non ci hanno fato mancare nulla e si sono messi a nostra totale disposizione per qualsiasi cosa. Tra di noi del gruppo missionario non sono mancati i momenti di ritiro, di meditazione e di condivisione, che hanno contribuito a rendere il gruppo più unito e ad arricchire la riflessione personale.

L’Ultima settimana l’abbiamo passata al Cairo, dove siamo stati ospitati dalla comunità di Zeitun. Qui, visto che avevamo la mattina libera, abbiamo visitato vari monumenti, tra cui le piramidi di Giza e la cittadella di Mohammed Ali. Per quanto riguarda la sera, abbiamo preso parte all’oratorio che, il lunedì, martedì e mercoledì è riservato alla comunità Sudsudanese, di religione cristiana cattolica latina, mentre gli altri giorni è riservata ai ragazzi egiziani, cristiani copti sia ortodossi che cattolici. In questo oratorio la stragrande maggioranza dei ragazzi sono cristiani. Anche qui ci siamo dovuti adattare ad un altro tipo di cultura come quella Sudsudanese, profondamente legata alla propria terra ma costretta a fuggire da essa per via delle guerre civili.

Durante questa esperienza, durata un mese, ha risuonato in noi la frase di Don Bosco “Basta che siate giovani perché vi ami assai”. Qui in Egitto questa frase è più vera che mai perché, proprio all’interno delle case salesiane che abbiamo vissuto, l’unico requisito sufficiente è essere giovani, indipendentemente dalla religione professata e dal Paese di provenienza. Questo rende ancora di più questi luoghi delle oasi in cui crescere al meglio per diventare, se non bravi cristiani, almeno onesti cittadini.

Federico