Giovani FMA in cammino per un’autentica cultura vocazionale
Dal 6 all’8 marzo Roma ha accolto un gruppo vivace di Figlie di Maria Ausiliatrice: sono le giovani suore da uno a dieci anni di professione delle ispettorie ISI (Sicula), IMR (Meridionale) e IRO (Romana), riunite per vivere insieme un’esperienza di fraternità, formazione e condivisione.
Ad accompagnarle, le rispettive Ispettrici e la Consigliera per la Formazione dell’Ispettoria Romana. Tre giornate intense, segnate da incontri formativi, momenti di preghiera, visite significative e spazi di dialogo fraterno, con un obiettivo chiaro: rinnovare la consapevolezza della cultura vocazionale nella propria vita consacrata e nei contesti educativi in cui ogni sorella è chiamata a essere presenza generativa.
Il cammino è iniziato venerdì pomeriggio con l’intervento di don Pierluigi Cameroni SDB, postulatore delle cause dei santi per la Famiglia Salesiana, che ha guidato la riflessione sul tema “Il discernimento come processo di maturazione vocazionale”. Attraverso le figure di Santa Maria Troncatti e Sant’Artemide Zatti, don Cameroni ha mostrato come il discernimento sia un cammino concreto attraverso cui Dio guida la vita delle persone.
Non è casuale – ha osservato – che i due santi recentemente proposti alla Chiesa e alla Famiglia Salesiana siano entrambi infermieri: forse perché il nostro tempo ha bisogno di guarigione. In effetti, prima di diventare strumenti di cura per gli altri, entrambi hanno attraversato esperienze profonde di fragilità. Maria Troncatti, nei primi anni di vita religiosa, sperimentò una grande fatica di adattamento che arrivò a manifestarsi anche nel corpo; Artemide Zatti, invece, dovette affrontare la prova della tubercolosi, che sembrò infrangere il suo progetto di diventare sacerdote salesiano.
In entrambe le storie emerge però un elemento decisivo: l’ascolto delle mediazioni attraverso cui Dio parla nella vita concreta. Non sempre – ha ricordato don Cameroni – si tratta di mediazioni istituzionali; spesso sono le più semplici circostanze della vita quotidiana a diventare luogo di rivelazione della volontà di Dio. Per Maria Troncatti, perfino il lavoro umile in cucina diventò spazio di crescita spirituale e di realismo evangelico: la gioia di vivere l’“hic et nunc”, senza inseguire illusioni o rimpianti, ma rimanendo radicata nella realtà e nella relazione. Per Artemide Zatti, invece, una notte trascorsa sotto il cielo stellato durante il viaggio verso Viedma fu l’occasione per rialzare lo sguardo e comprendere che la sua vita faceva parte di un progetto più grande di quello che aveva immaginato.
Entrambi, ha sottolineato don Cameroni, sono diventati infermieri perché prima sono stati guariti interiormente, grazie a un continuo esercizio di discernimento e alla disponibilità a lasciarsi plasmare da Dio. Da qui la parola chiave proposta durante l’incontro: docibilitas, non una docilità passiva, ma un atteggiamento vigilante, capace di riconoscere i passaggi di Dio nella storia e nella vita quotidiana.
Su questa stessa linea si è collocato l’intervento di don Amedeo Cencini F.d.C.C., che sabato mattina, in collegamento online, ha affrontato il tema dell’animazione vocazionale oggi. Secondo padre Cencini, la crisi vocazionale che attraversiamo non è anzitutto metodologica, ma antropologica: viviamo infatti in una cultura che fatica a educare alla scelta. È una cultura “a-decisionale”, segnata da scelte fragili e di corto respiro, che spesso evitano di prendere posizione e di assumere responsabilità.
In questo contesto – ha spiegato – l’animazione vocazionale non può ridursi a una strategia di reclutamento, ma deve diventare educazione alla capacità di scegliere. Il discernimento, infatti, non è altro che imparare a scegliere davanti a Dio: è il segno della maturità umana e spirituale di una persona. Per questo la vocazione non è qualcosa di nascosto da scoprire con ansia, ma un mistero bello e luminoso che Dio desidera rivelare; occorre però educare gli occhi a riconoscerlo nella propria vita.
Padre Cencini ha descritto anche una delle tentazioni tipiche del nostro tempo, che ha definito “nar-cinismo”: una miscela di narcisismo e cinismo che genera indifferenza, apatia e incapacità di assumere impegni duraturi. Proprio per questo oggi è necessario tornare a una scelta consapevole della fede: non siamo più nell’epoca della societas christiana, in cui si diventava cristiani quasi per appartenenza culturale. Ma questa fine non è una perdita: è piuttosto una purificazione, che invita a vivere vocazioni più autentiche, frutto di una scelta personale e consapevole.
Da qui l’invito a concepire l’animazione vocazionale come accompagnamento, cammino condiviso in cui si spezza insieme il “pane buono” della vita e della fede. Dio – ha ricordato – è “l’Eternamente Chiamante”: continua a chiamare in ogni stagione della vita, fino all’ultimo istante. Per questo è necessario coltivare una vera docibilitas vocazionalis, cioè la capacità di lasciarsi formare dalla vita per tutta la vita, con quell’atteggiamento ob-audiens del credente che interroga continuamente Dio su ciò che gli chiede nel presente.
Accanto agli approfondimenti formativi, non sono mancati momenti di fraternità e di scoperta: la visita serale alla Specola Vaticana, e alla Nuova Stazione-Museo del Colosseo, la celebrazione eucaristica nella Basilica di Santa Maria Maggiore, e la visita al Museo Casa Don Bosco hanno offerto occasioni preziose per contemplare la bellezza della fede e della storia salesiana.
Nella verifica finale, molte partecipanti hanno sottolineato quanto siano stati preziosi non solo gli interventi dei relatori, ma anche gli spazi di dialogo e di condivisione tra sorelle che vivono la stessa stagione vocazionale. È emersa con forza la consapevolezza che la vocazione non sia soltanto una dimensione identitaria, ma profondamente relazionale: un cammino che cresce nella relazione con Dio e con gli altri.
Tra le convinzioni maturate in questi giorni ritorna una certezza semplice e luminosa: «Abbiamo un compito grande, complesso ma bellissimo: trasmettere la bellezza di essere amate e chiamate».
È proprio da qui che nasce l’impegno condiviso al termine dell’incontro: custodire con rinnovata attenzione la propria relazione con Dio, vivere con autenticità la propria vocazione e accompagnare i giovani nel discernimento della loro strada, condividendo con loro la gioia di una vita che continua a lasciarsi chiamare.
